venerdì 24 gennaio 2014

Ercole


"Zia mi racconti una storia?"
 E' una fredda serata invernale, i fiocchi di neve, morbidi come batuffoli di cotone, si posano piano sulla terra, vestendola di bianco. Com'è carina Silvia, nel suo lettino, sotto la trapunta calda, su cui si abbracciano felici degli orsetti   rosa e azzurri. Le spunta fuori solo il delizioso nasino, gli occhioni verde mare e sul cuscino spiccano i capelli, nerissimi come inchiostro su una pagina bianca.
"Che storia vuoi?"
Una storia divertente, con un cane, un gatto, e anche qualche topolino", risponde con la sua vocina acuta.
E questa è proprio la storia di ben due gatti: Ercole e Perfidia. Di un cane: Mister e di qualche topino: Tommy, Lenny, Fanny e mamma Gigia. 



Tanti anni fa, in una città che si chiama Brescia, in una zona di aperta campagna, dove ancora il cemento non era arrivato, c'era una grande cascina, in cui vivevano un fattore con sua moglie e tanti animali. C'erano mucche che, al suono della chitarra del padrone, facevano tanto latte da riempire cento bottiglie, galline che ciondolavano sempre indaffarate nel grande cortile e cavalli che sognavano di vincere il campionato mondiale di galoppo. C'era Mister, un vecchio cane saggio, ormai in pensione, che dormiva spesso al sole o sotto il porticato che circondava la casa. C'era una gatta bianca di nome Perfidia, dagli occhi gialli, sempre intenta a tramare intrighi. C'era una famiglia di topolini che viveva in una piccola tana,  in un angolo della stalla. E infine, Ercole. Un gattone dagli occhi verdi e dal pelo tigrato, che pareva un morbido patchwork di colori autunnali.
 Nel suo pelo si mescolava il marrone caldo delle castagne, il grigio fumoso della nebbia, il grigio, in po' più scuro del fuoco dei camini, il rossiccio dei funghi, il nero del carbone e una particolare sfumatura d'oro del sole d'autunno. Sembrava un gatto qualunque, ma non era proprio così, perché qualcosa lo differenziava dagli altri gatti. A dispetto del suo nome da eroe, Ercole non amava affatto combattere, men che meno cacciare i topi.
 Il suo problema  era semplice: lui era un pacigatto ed era, quindi incapace di far del male anche a una mosca. Desiderava che tutti fossero amici. Questa storia racconta di come se la sia cavata, senza essere cacciato dalla fattoria, visto che non sapeva fare il lavoro per cui era stato adottato in famiglia. 


Un sonnacchioso pomeriggio d'estate, in cui anche il sole stentava a tenere gli occhi aperti, (si chiedeva spesso perché lui fosse l'unico a cui non era possibile concedersi il sacrosanto sonnellino del pomeriggio). Ercole dormicchiava, sotto il portico, sul dondolo del padrone, vicino alla porta d'ingresso. La tenda, sulla porta d'ingresso che, d'estate, serviva a tenere lontane le mosche fastidiose, oscillava lentamente mossa da una leggerissima brezza. Adagiato, come un sacco informe, accanto al dondolo ronfava rumorosamente Mister, il bracco del Padrone. Aveva il pelo del colore della cioccolata fondente e gli occhi sembravano dei cioccolatini al latte. I suoi baffi  vibravano a ritmo del respiro, le palpebre chiuse sugli occhi, come certe tende a balze, tirate  sulle finestre. Le guance flaccide si gonfiavano e sgonfiavano come palloncini, mentre lui russava. 
Ercole dormiva raggomitolato su se stesso, la coda ripiegata sotto il capo. Gli occhi verdi non parevano mai del tutto chiusi nemmeno nel sonno. Era un grosso micione, dal pelo folto e morbido, dall'aria indolente e dal cuore buono. Perciò, dormiva il sonno del giusto. Ma qualcosa lo destò. Dapprima soltanto un mormorio: i suoi padroni che parlavano all'interno della casa. Spalancò la bocca in un'enorme sbadiglio e richiuse gli occhi. Ma poi il suo finissimo udito (talvolta aveva l'impressione di udire le formiche parlottare tra loro), captò il suo nome. Alzò la testa incuriosito in direzione della finestra aperta della cucina proprio sopra di lui.

"Ho trovato un buco in un altro sacco di grano! Quei maledetti topi hanno fatto festa stanotte!  C'erano chicchi sparsi un po' dovunque. Non ne posso più! Non si può andare avanti così! E quello stupido gatto che ci siamo presi in casa, non fa altro che mangiare e dormire, invece di fare il suo lavoro e cioè dare la caccia a quei topacci! ", il Padrone sembrava davvero arrabbiato.
"Su caro, forse quei topi sono troppi anche per lui", cercò di rabbonirlo la Padrona.
Ercole che, alle parole del Padrone, aveva rizzato le orecchie, si rilassò al suono della voce della Padrona. Lei sapeva sempre come calmare il marito, era così dolce. Ogni volta che lo incontrava gli dava una grattatina dietro le orecchie, mentre il padrone non lo voleva mai tra i piedi.
La Padrona si chiamava Paola. Era una donna alta e leggermente paffuta, ma non  grassa. La si poteva, piuttosto, definire morbida. Aveva delle graziose guanciotte rosa, un nasino delicato e due grandi occhi azzurri, come laghetti di montagna. La bocca generosa era sempre atteggiata al sorriso. I capelli castano chiari, erano raccolti in morbide trecce, fissate sul capo.
"Lo hai mai visto rincorrere un topo da quando è qui? Mi hai convinto a raccoglierlo dalla strada, perché facesse il lavoro, per cui, la tua preziosa gatta non può sporcarsi le sue delicate unghiette. E invece, mi sono ritrovato in casa un'altro fannullone!", brontolò il padrone.
Il Padrone si chiamava Giovanni, era un uomo alto e magro, quasi ossuto, a parte le braccia muscolose da contadino. Gli occhi scuri, sotto le sopracciglia folte, non sorridevano spesso, ma la bocca, dalle labbra piene, era quella di un uomo che conosce e apprezza l'allegria. I corti capelli ricci, incorniciavano un volto cotto dal sole della campagna. Sulla testa, sia che fosse inverno, sia che fosse estate, portava sempre un capello piatto, come un disco e indossava quasi sempre una tuta da lavoro dalle bretelle consunte.
"Ma caro! Mimi' (era il vero nome della gatta della padrona, ma tutti gli animali della cascina la chiamavano Perfidia chissà perché) fa il suo lavoro! E' una micia da compagnia e non può certo mettersi a inseguire i topi per la stalla." La Padrona sembrava quasi scandalizzata. 
A Ercole parve quasi di vedere Perfidia sulla poltrona buona della padrona, dove stava quasi sempre, sogghignare malignamente con soddisfazione. Chissà perché, la padrona aveva un debole per quella gatta infingarda. Non si era ancora accorta della sua falsità. 
Il Padrone borbottò qualcosa di incomprensibile,, ma non contraddisse la moglie. Non era un uomo cattivo. Rispettava e trattava bene i suoi animali, ma era un po' burbero e poco incline alle smancerie. Eppure adorava la moglie e non la contraddiceva mai sulle cose che lei amava.
"Va bene, va bene, nulla da dire su Mimì, ma qualcuno deve pur tenere lontani quei topastri dal mio grano e se quello stupido gatto non ne è in grado se ne deve andare!" sbottò.
Ercole drizzò le orecchie e spalancò gli occhi. Andarsene? Lui? Come, andarsene?
E dove? No, no, il padrone non poteva dire sul serio!
"Perché non provi a dargli ancora qualche giorno, magari è solo spaesato, in fondo è qui con noi da poco", propose la Padrona, che rabbrividiva all'idea di abbandonare un piccolo animale.
Il marito guardò i suoi occhi lucidi e sentì la sua rabbia svanire. Quasi......
"Va bene, come vuoi, gli concedo ancora una settimana, ma se per allora non avrà cacciato almeno un topo, dovrà andarsene.", sentenziò, prima di uscire per dirigersi nei campi, dopo aver salutato la moglie con un bacio. Passando accanto a Ercole gli lanciò un'occhiata sprezzante.
Il gatto cercò di farsi piccolo piccolo, nascondendo la testa nella sua folta pelliccia.

"Allora miciotto, cosa pensi di fare, per evitare che le minacce del Padrone si avverino?"
Mister, che fino a poco prima, sembrava immerso  nel sonno più profondo, gli stava parlando. Come tutti i cani, era davvero bravo a far finta di dormire e spesso chi ne faceva le spese era il ladro ignaro, che si sentiva di colpo addentare un polpaccio, da un cane che sembrava quasi morto.
Ercole si riscosse dalla disperazione in cui era precipitato e lo guardò con due occhi mesti.
"Non lo so.", rispose  con un flebile miagolio.
"Eppure qualcosa devi pur fare, se non vuoi che il Padrone ti cacci. 
E anche se ti conosco da poco, so che non sei adatto alla vita di strada", gli disse Mister con la  sua profonda voce da baritono.
Alla fattoria si diceva che, Mister, da giovane, per conquistare le cagnette cantasse loro delle romanze, davanti ai cancelli delle case in cui abitavano. Si mormorava che fosse stato piuttosto bravo e che, se non fosse nato in quello sperduto angolo di campagna avrebbe potuto avere molto successo.
Per quanto Ercole si sforzasse, non era mai riuscito  a immaginarsi un Mister giovincello e nemmeno un mister giovincello, col frac.
"Io so perché non cacci i topi e nella vita ho imparato a rispettare tutte le opinioni diverse dalle mie. Tu vorresti che  tutti fossero amici, vorresti che tutti fossero buoni, ma lasciati dire, mio caro micio, che ciò non sarà mai possibile. Forse un cane e un gatto possono essere amici, ma non si è mai sentito di un gatto amico di un topo. Nemmeno i cartoons sono mai riusciti a unirli. Pensa a Tom & Jerry per esempio. ", concluse.
Purtroppo era la triste verità ed Ercole lo sapeva benissimo, ma che poteva farci se,  non provava nessunissimo odio per i topi? Anzi, era vero che, se avesse potuto farseli amici, ne sarebbe stato felice. Purtroppo, però, se uno dei topini lo vedeva, scappava urlando, come se avesse appena  incontrato l'orco delle fiabe. Ma, se non poteva essere amico dei topi, non voleva nemmeno diventare un Terminator, come desiderava  il suo padrone.
Che fare?
Nemmeno il saggio Mister riuscì a dargli qualche buon consiglio. Non c'era molta scelta. O andarsene o pigliare un topo per il padrone entro una settimana.
"Mi dispiace non poterti essere d'aiuto mio caro miciotto, ma sta a te decidere.", concluse Mister, prima di posare il muso tra le zampe e rimettersi a ronfare.
Ercole lo guardò sconsolato. Quel pomeriggio non sarebbe più riuscito a riaddormentarsi. Con un balzo felino scese dal dondolo. Tanto valeva andare a farsi un giro. Forse si sarebbe schiarito le idee.


Per un po' vagabondò avvilito nell'aia, sotto un sole, che faticava sempre più a tenere gli occhi aperti.
 Niente! Assolutamente nessuna idea gli solleticava la mente! Si sentiva il cervello vuoto,  vuoto come il suo stomaco, quando Perfidia gli rubava la sua porzione di bocconcini.
Entrò nella penombra della stalla, che stava all'estremità opposta della casa.. Le mucche  erano pesantemente adagiate sul fieno a riposare, le code dondolavano a un ritmo indolente per tenere lontane le mosche, anch'esse annoiate, che ronzavano lì intorno, ma senza convinzione.
Al suo passaggio non aprirono nemmeno gli occhi: troppa fatica con quel caldo.
Si fermò a guardare i cavalli. Sempre in piedi loro, mai che si riposassero. Non potevano certo abbandonarsi sul fieno, come quelle grasse vacche plebee. Avevano un pedigree loro, una reputazione da difendere. 


"Ercole! Cosa ti conduce qui con questo caldo? " 
Ercole alzò lo sguardo a guardare  il cavallo ,dal pelo lucido, nero come la notte, che gli aveva rivolto la parola.
Si trattava di Edward III, nipote e figlio di grandi campioni, ma purtroppo senza talento. Il Padrone lo aveva acquistato a poco prezzo dai suoi precedenti proprietari, quando si erano accorti che, a differenza dei suoi antenati, non era dotato qualità ideali per correre. Si diceva che fosse il figlio illegittimo di un campione e di una cavalla  da tiro e che avesse preso tutto dalla madre. Ma Edward III restava convinto di essere un grande e nobile corridore incompreso, perciò aveva inculcato la stessa idea in tutti i cavalli del Padrone, che  si ritenevano nobili decaduti e che lo avevano eletto loro capo. Contenti loro....
"Ho un grosso problema da risolvere e pensavo che una passeggiata mi avrebbe aiutato a pensare.", gli rispose Ercole
"Perché non mi racconti tutto, forse posso aiutarti." gli propose Edward.
Ercole si sedette compostamente davanti al cavallo anche se, non era ben sicuro che Edward, perso nel suo mondo di sogni, potesse essergli davvero d'aiuto .Ma era un gatto cortese, perciò lo accontentò e gli raccontò tutta la storia.
Quando fini il suo racconto il cavallo restò in silenzio per qualche istante a riflettere, gli occhi chiusi, il muso leggermente sollevato. A Ercole venne l'irriverente pensiero che il cavallo, se avesse potuto ,si sarebbe pure posato uno zoccolo sotto il muso, nella classica posa da pensatore.
"Mmm........ Da come la vedo io, hai, non una, ma ben due scelte.", gli disse il cavallo guardandolo, negli occhi.
Ercole lo guardò speranzoso. Vuoi vedere che, il pomposo cavallo, gli risolveva per davvero il problema?
"La prima, è quella di non macchiarti di nessun delitto, cioè non far fuori nessun topino e lascia la fattoria. La seconda, è quella di rinnegare i tuoi ideali e fare quello che vuole il padrone."
Edward lo guardò soddisfatto, aspettando gli entusiasti ringraziamenti del gatto, che gli sarebbe stato per sempre grato.
Ercole invece, non si mosse. Guardava esterrefatto Edward. 
Quel cavallo, non  solo, era poco dotato per le corse negli ippodromi, ma gli mancava anche il bene dell'intelletto. Il che, era ben più grave. 
Ercole sapeva benissimo di avere solo quelle due alternative. Quello che stava cercando era una terza alternativa, qualcosa che potesse permettergli di restare alla cascina, senza dover per forza uccidere un'indifeso topino. 
Ma vallo a spiegare a quello pseudo-nobile di un cavallo. Non aveva tempo, né voglia. Borbottò un mesto ringraziamento a Edward e se ne andò.
"Bfff... Questi giovinastri d'oggi....! Non sanno cos'è la gratitudine", brontolò sprezzante il cavallo, guardando Ercole dirigersi verso il fondo della stalla.

Al lato opposto dell'edificio di legno da cui, Ercole era entrato, c'era il magazzino del grano del Padrone. Alle pareti erano accatastati sacchi e sacchi di chicchi dorati, che l'uomo vendeva ai mulini della zona. Sopra quella zona, delle assi formavano un soppalco, che fungeva da fienile e a cui vi si accedeva  tramite  una scala a pioli, all'apparenza poco robusta, appoggiata al bordo del soppalco.
Ercole di fermò davanti alla scala e alzò gli occhi. Lassù, i  topini avevano scelto come residenza proprio un angolo del fienile: il punto più caldo della stalla.
Ci viveva un'intera famiglia, di quelli, che avrebbe dovuto considerare suoi nemici. 
Una volta nascosto nel fieno li aveva osservati.
Nell'angolo più lontano del soppalco, nelle travi, c'era una minuscola apertura, che portava all'interno della tana.

Quel giorno, di qualche mese prima, i topini si erano trovati tutti all'aperto, a fare il bagno. In una vecchia tazzina da tè sbeccata, chissà come giunta fin lì, un topino squittiva disperato mentre, quella che Ercole, aveva supposto fosse la madre, una topina ben pasciuta, dai lunghi baffi e dal pelo color caffè, gli sfregava vigorosamente il pelo, appena più chiaro del suo, con una scaglia di sapone da bucato e uno spazzolino da denti, a cui mancava il manico. Più il figlio gemeva, più la topina grassottella spazzolava. Lì vicino, tremanti in attesa, stavano gli altri figli, una topina e un topino, non più grandi di quello nella piccola tinozza
 "Buono Lenny! Lo sai che la pulizia è il fondamento del vivere bene, con sé stessi e con gli altri. Non potrei mai sopportare di vedere i miei figli andare in giro come degli straccioni.", lo rimproverava.
"Ma mamma! I miei amici non si lavano così spesso, e a me non pare che vivano poi così male.", rispose il piccolo, dagli occhietti vispi.
 Ogni parola del piccolo, usciva dalla sua boccuccia accompagnata da una bolla di sapone.
"Non osare contraddirmi Lenny!!  E tieni la bocca chiusa, se non vuoi fare indigestione di sapone. In quanto ai tuoi amici, si sente lontano un chilometro che avrebbero bisogno di una bella lavata. Ci penserei io, ci penserei, visto che non ci pensa la loro madre."
E giù a strigliare.
Ercole aveva sorriso. Che tosta quella topina.
Aveva spazzolato i suoi figli, uno dopo l'altro, incurante delle loro lamentele. Alla fine il pelo dei piccoli era lucido e profumato. Li aveva persino pettinati con un rastrellino in miniatura, che un tempo, era appartenuto alla statuetta di un contadinello del presepe della Padrona. 
Ercole si era divertito e, soprattutto, commosso ad osservare la famigliola. Lui non aveva mai conosciuto sua madre e i suoi fratelli, perché era stato abbandonato subito dopo la nascita e, prima che la Padrona convincesse il Padrone ad adottarlo, era vissuto per strada. Gran brutta vita, preferiva non ricordare quei tempi.  
Ora, guardando in su, verso il fienile, si chiese perché mai, per restare alla cascina, avrebbe dovuto far del male a quei topini.
Non poteva farlo, non dopo aver saputo, che poco tempo prima, era nato un altro piccolo topo. Probabilmente si trattava di quello, assai reticente al bagno, che la topina aveva lavato per primo
No, decise, non avrebbe mai catturato uno di quei topi. Piuttosto sarebbe tornato sulla strada.

"Tu sei un gatto, vero?", una vocina acuta lo riscosse dai suoi pensieri. Abbassò lo sguardo. Davanti a lui stava il topo più piccolo  che  avesse mai visto. Lo guardava con la testolina sollevata, senza alcuna paura.
Ercole lo fissò stupefatto. Era il primo topino che non fuggiva a gambe levate davanti a lui e, soprattutto, il primo topo che osava rivolgergli la parola.
"Sì, sono un gatto. Sono tanto brutto e spaventoso, come certo avrai immagina-     to?", chiese al piccolo topino, che ancora lo osservava con i suoi occhietti scuri.
Il piccoletto lo squadrò dal basso verso l'alto, rimirò la sua folta coda, osservò i suoi lunghi baffi, poi scosse il capo.
"Non sei affatto brutto sai? Anzi io ti trovo davvero carino! Soprattutto mi piacciono i tuoi baffi, sono così lunghi! E la tua coda! E' bellissima, così grossa e lunga! La mia invece è così piccola non mi piace proprio per niente! guarda!" 
Il topino si era girato a mostrargli la sua coda. Era davvero corta, ma sarebbe, di certo, cresciuta con il tempo.
"Non credo affatto che la tua coda sia brutta. Vedrai, che quando sarai cresciuto, sarà lunga e agile come piace a te.",  lo consolò Ercole, commosso per i complimenti del topino.
Gli occhi del piccolo topo brillarono.
"Dici davvero!? Oh, speriamo che la mia coda faccia alla svelta a crescere, i miei fratelli ce l'hanno già così bella! Ah, che sbadato, io mi chiamo Lenny, e tu?", gli chiese.
"Ercole", gli  rispose il micio.
"Che strano nome, hai.", ridacchiò il topino. "Senza offesa, sai.", aggiunse per timore di averlo offeso.
"Mia madre ha voluto darmi il nome di un grande eroe, ma non sono sicuro di meritarmelo", gli spiegò Ercole.
"Perché dici così?", gli chiese, decisamente incuriosito Lenny.
Ercole non ebbe il tempo di rispondere alla domanda del topino. Dietro di loro giunse una voce che, purtroppo, non prometteva nulla di buono.

"Mio caro Ercole, che stai facendo lì, tutto solo soletto?" 
Perfidia, bianca, come il latte appena munto ,gli occhi gialli e maligni come quelli di un serpente, avanzava adagio verso di loro, con il suo felpato incedere da primadonna
Lenny era nascosto dalla mole di Ercole, ma se Perfidia, l'avesse visto non ci avrebbe pensato due volte ad afferrarlo con le sue lunghe e affilate grinfie. Ercole sapeva che la gatta, ormai abituata alle leccornie in scatola, non mangiava più i topi, ma certamente si divertiva a giocare con loro, finché non li sfiancava per poi ucciderli, solo per capriccio.
Perfidia si stava avvicinando e ormai Lenny non avrebbe più potuto correre a nascondersi. Anzi, il topino osservava stupefatto la gatta avanzare.
"Ehy, ma quello è un altro gatto! Che bella coda, ha!"
 Ercole guardò terrorizzato Lenny, che si apprestava ad andare incontro a Perfidia.
Decise all'istante.
Con un gesto fulmineo afferrò il topino e se lo infilò in bocca. posandoselo sulla lingua. Giusto in tempo, perché Perfidia era ormai giunta davanti a  Ercole.
"Allora Ercole, che stai facendo di bello? Sei venuto a cercare qualche schifoso topastro? ", gli chiese.
Ercole la guardò senza rispondere. Aveva le lacrime agli occhi, perché Lenny all'interno della sua bocca, aveva scoperto le sue tonsille e si divertiva a fargliele   dondolare con le zampine e, per di più, senza nessuna delicatezza.
Indispettita, l'altezzosa gatta scrollò le spallucce.
"Tanto lo sanno tutti che sei un deboluccio fifone e che non prenderai mai nessun topo. " , sogghignò malignamente. "Oh, come mi dispiace, dovrai proprio andartene,",  gli disse con un tono, in cui si intuiva chiaramente, che non gli dispiaceva affatto.
Vedendo che Ercole non raccoglieva nessuna provocazione, lo guardò stizzita ancora una volta e poi si voltò per andarsene.
"Stupida sotto specie di gatto", sibilò.
Ercole attese di vederla uscire dalla stalla, prima di aprire la bocca far uscire Lenny. Le tonsille gli dolevano terribilmente.
"Wow! Che spasso lì dentro!",  furono le prime parole dell'entusiasta topino.
Ercole lo aveva appena posato delicatamente a terra, quando si sentì investire da una gragnola di colpi.
Dall'alto, sul bordo del soppalco, mamma topo e gli altri tre figli lanciavano sul gatto centinaia di chicchi di grano, probabilmente la loro scorta per l'inverno.
I chicchi erano sì minuscoli, ma lanciati dall'alto diventavano veloci e pericolosi proiettili. 
"Tieni giù le tue luride zampacce dal mio topino, brutto gattaccio.", urlò mamma topo.
Ercole cercò di ripararsi la testa con le zampe. L'intensa grandine di chicchi di grano non gli lasciava quasi respiro. Vedendolo in difficoltà, mamma topo scese velocemente la scala a pioli. Giunta a terra, afferrò Lenny e fece per ritornare sul soppalco. Ma Lenny puntò i piedi.
"No, noooo, smettetela! Ercole è un mio amico, non mi ha fatto nulla di male!!",   singhiozzò, nel vedere il suo amico Ercole in difficoltà.
Dal soppalco la grandine cessò.
La madre si bloccò stupefatta.
"Ma che dici Lenny?", gli chiese incredula.
"Sì, Ercole è mio amico! Mi stava raccontando del suo strano nome, quando è arrivata una strana gatta. Mi ha messo nella sua bocca, è stato divertente, sai mamma! Ho giocato con delle strane palline che dondolavano.", Lenny rise prima di continuare: "Tu mi hai sempre detto che i gatti mangiano i topi, ma lui non mi ha mangiato!" 
Mamma topo posò Lenny a terra e guardò Ercole, che si leccava una zampa dolorante, là dove in chicco di grano più grosso degli altri l'aveva colpito.
"E' vero, gatto?", gli chiese
Ercole annuì, sollevando gli occhi su di lei, solo per un attimo. Quella matrona di una topina lo intimidiva da matti.
"Quella gatta era Perfidia, vero?", gli chiese ancora.
Ercole annuì nuovamente, senza parlare.
"Io so quello che Perfidia può fare a qualunque topo, è cattiva, molto cattiva! Gioca con la sua preda fino a farla impazzire. Abbiamo tutti paura di lei, più di qualunque altro gatto, perché non si arrende, finché non ha preso uno di noi. E' furba e infingarda. Una settimana fa è toccato al padre dei miei figli", le si inumidirono gli occhi.
Ercole sapeva che, qualche giorno prima, Perfidia aveva inseguito e braccato un topino, ma non sapeva che fosse il padre di Lenny.
"Mi dispiace, io....."
Ercole non trovò le parole
"Se avesse preso Lenny, io non so ....", le si spezzò la voce.
Lenny guardò stupito la madre: era abituato a una mamma forte, allegra, talvolta severa, ma non l'aveva mai vista così commossa.
Infatti, anche quando il marito non era più tornato, aveva nascosto ai figli il suo dolore. Lei ormai, era il loro unico sostegno, doveva essere forte per loro. 
"Non riesco a spiegarmene il motivo, ma tu hai salvato il mio topino, perciò ti ringrazio dal più profondo del cuore."
Così dicendo, allungò una minuscola zampina verso Ercole, che rimase a fissarla stupefatto. 
Notando la sua esitazione, mamma topo afferrò la zampa di Ercole e la strinse forte. Ercole ricambiò la stretta con le lacrime agli occhi, sotto lo sguardo felice di Lenny e quello stupefatto dei topini, che dal soppalco erano scesi vicino alla madre.
Era la prima volta che un topo gli stringeva la zampa, ma probabilmente era anche la prima volta, nella storia, che un topo stringeva la zampa al suo nemico eterno.
Finalmente le corde vocali di Ercole ripresero a fare il loro dovere.
"Non avrei mai permesso a Perfidia di fare del male a Lenny e non mi sognerei mai di fargliene io.", le disse, ancora con la zampa stretta in quella della topina.
Mamma topo gli lasciò la zampa e guardò i suoi figlioletti.

"Questi sono i miei figli: Jimmy, che da grande vorrebbe fare lo studioso e vivere in una biblioteca."  Il topino in questione, aveva il pelo color delle castagne, strizzava gli occhi miopi, proprio come uno che passa troppe ore sui libri. I baffi, lievemente arricciati, invece che dritti, come quelli di tutti gli altri topi, stavano a indicare che li chiudeva spesso nei libri, chiusi di scatto. 
"Lei invece è Fanny, una vera topina, un giorno sarà una brava mamma e una brava cuoca.", disse indicando una topina dal pelo morbido, biondo scuro e dai folti baffi. La piccola teneva gli occhi, scuri come quelli dei fratelli, rivolti verso il basso e, se a un topo è possibile arrossire, lei lo era di certo, da vera damina.
"Lenny, lo conosci già. Non so ancora cosa farà da grande, ma come avrai notato, ha una già una tenace propensione a cacciarsi nei guai, che non so proprio dove lo porterà." 
Lenny ridacchiò con gli occhi che brillavano biricchini.
Ercole notò che il suo pelo era scuro, quasi come la notte e che i suoi occhietti sembravano scaglie di carbone.
"E io sono mamma Gigia.", gli disse la topina, concludendo le presentazioni.
Vista da vicino, mamma Gigia sembrava ancora più grassottella e questo accentuava la sua autorevolezza, anche se nei suoi occhi scuri, brillava la bontà.
"Su ragazzi, stringete la zampa a Ercole e ringraziatelo per aver salvato vostro fratello.", disse, spingendoli avanti verso di lui.
Uno a uno, i piccoli topi gli strinsero la zampa. Solo Fanny sembrava esitare, timida. Ercole le si avvicinò e  con un goffo inchino le baciò la zampina da vero gentilgatto. La topina arrossì di nuovo e accennò un sorriso, che conquistò Ercole per sempre.
"Lei non sa, mamma Gigia, quello che significa per me essere vostro amico. Ogni volta che un topino, nel vedermi, comprensibilmente scappa via da me, io ne soffro terribilmente. Il mio sogno, lo so, sono un gatto un po' strano, è sempre stato quello di non farvi più paura. E oggi, lei l'ha fatto diventare realtà. Grazie, grazie di cuore."
Ercole si era commosso e abbassò gli occhi a terra.
"Adesso so che sei un buon gatto e che, se necessario, proteggerai i miei figli. Perciò, se ti va, potrai venire a trovarci ogni volta che vorrai", disse mamma Gigia, accarezzandogli dolcemente il grosso testone..
Ercole alzò la testa e la guardò, uno sguardo pieno di felicità. Mai aveva sperato una cosa simile. Ma un attimo dopo, un'ombra passò nei suoi occhioni verdi.
"Ne sarei davvero felice, ma fra pochi giorni dovrò andarmene.", mormoro' con 
 voce triste.
"E perché mai? Non ti trovi bene qui?", gli chiese mamma Gigia sorpresa.
"No, no, mi trovo benissimo qui, è solo che....." 
Pochi minuti dopo mamma Gigia conosceva tutta la storia, compreso l'ultimatum del Padrone.
Restò in silenzio, pensierosa, per un lungo istante. Poi, fissò il gatto.
"Forse, un modo per risolvere il tuo problema, c'è. Ascolta.....", Mamma Gigia si avvicinò a Ercole bisbigliando, perché nessuno oltre a lui e ai suoi figli, sentisse.

Il giorno dopo, tutti gli abitanti della cascina assistettero a un spettacolo, che avrebbe avuto dell'incredibile, se non l'avessero visto con i loro occhi.
Era il crepuscolo e il sole era finalmente andato a dormire. La calura era finalmente sopportabile e, anzi spirava una lieve brezza che agitava piano le foglie degli alberi. Era l'ora in cui si poteva tranquillamente sostare all'aperto, magari a guardare la via lattea, simile a un fiume che scorreva in cielo invece che in terra.
E infatti, sotto il porticato,  il Padrone si cullava sulla sedia a dondolo fumando la sua pipa, mentre, accanto a lui, la Padrona faceva andare su e giù il suo uncinetto, intenta a confezionare delle tendine nuove per la finestra della cucina.
Perfidia era raggomitolata nella sua cesta di vimini intrecciati, foderata con un morbido cuscino rosa e Mister sonnecchiava vicino al dondolo del padrone.
Nel cortile ciondolavano alcune galline che non intendevano certo andare a letto presto, solo per confermare certi detti popolari.
Edward III e si suoi amici confabulavano di gare e premi nel recinto vicino alla stalla.
Gli altri animali dormivano già nei loro giacigli .
Un urlo infranse la quiete della sera.

"Fermati, brutto topastro! E' inutile che scappi, non avrai scampo!"
Un piccolo topo uscì correndo a perdifiato dalla stalla, inseguito nientemeno che da Ercole. Ogni tanto il topino si girava a guardare il gatto sperando di aumenta-  re la distanza che li separava, ma senza riuscirci. A dire la verità, il gatto non sembrava più veloce del topino, che pareva, avrebbe potuto sfuggirgli facilmente. Invece la distanza tra i due pareva diminuire sempre più.
"Fermati ti ho detto!!", urlava Ercole, quasi senza fiato "Non mi sfuggirai!"
Ad un tratto, Ercole incespicò e parve sul punto di ruzzolare piuttosto rovino-
samente, ma si riprese in tempo ed evitò, per un pelo, di rotolare in mezzo al cortile. Cosa strana, il topino parve rallentare la sua fuga ed esitare. Ma nel vedere Ercole di nuovo saldo sulle zampe, riprese a correre.
Il Padrone si era alzato in piedi, sorpreso, e fissava la scena a occhi sbarrati, ma assai compiaciuto.
Era ora che quel gatto iniziasse a fare il suo dovere. Sembrava quasi che avesse saputo del suo ultimatum!

La Padrona si era portata le mani aperte al viso, a coprirsi gli occhi, per non dover assistere a quella scena per lei tanto crudele, ma ogni tanto allargava le dita e vi sbirciava attraverso, incuriosita suo malgrado.
Perfidia era livida, gli occhi gialli brillavano d'ira. Quel maledetto gattaccio! Accidenti a lui! Alla fine si era deciso. Aveva sperato che, alla fine, se ne fosse andato  per restare lei l'unico felino della casa.
 Mister aveva sollevato appena il muso flaccido e osservava ciò che stava accadendo, con uno strano sorriso, come se avesse intuito qualcosa che agli altri sfuggiva.
Intanto, Ercole e il topino avevano girato in tondo nel cortile ed erano quasi giunti al punto di partenza, cioè la stalla, quando, con uno scatto improvviso, Ercole raggiunse il topo e lo intrappolò tra le zampe anteriori. 
La stalla era dalla parte opposta del cortile rispetto alla casa, perciò piuttosto lontana da dove si trovavano gli spettatori di quell'incredibile scena, ma nessuno si mosse. Erano tutti immobili, in attesa di vedere quello che avrebbe fatto ora Ercole.
In verità, il Padrone avrebbe voluto avvicinarsi per osservare meglio, ma decise di non disturbare il lavoro del gatto.
Per fortuna!
Perché se, da lontano, pareva che Ercole stesse giocando a ping pong con il topino, usando le zampe come racchette, la realtà era ben diversa.
"Mi sembri molto stanco, ti ho fatto correre troppo?", stava chiedendo il topo a Ercole, che ansimava con la lingua a penzoloni.
"No,VFFF, VFFF, no, non ti preoccupare, sei stato bravissimo." Ercole riprese fiato.
"Sono io che sono fuori allenamento, non ho mai rincorso un topo e il mio unico movimento è quello di salire sugli alberi. A quanto pare è troppo poco. Se  dovessi sfuggire a un cane inferocito, non avrei nessuna possibilità di evitare di diventare il suo pranzo."
Il topino, che altri non era che Lenny, sorrise, mentre Ercole lo sballottava il più delicatamente possibile tra le zampe.
"Pensi che ci abbiano creduto? Pensi che abbiano davvero pensato che tu stessi inseguendomi per mangiarmi?", gli domandò.
"Credo proprio di sì, ma adesso dobbiamo passare alla parte più difficile del piano inventato da tua madre e sperare che nessuno si insospettisca. Sei pronto?", gli chiese.
Lenny annuì e lanciando un teatrale squittio si afflosciò tra le zampe di Ercole, fingendosi morto.
Ercole trattenne una risatina. Accidenti, quel topino avrebbe meritato il premio    Disney per la sua interpretazione. L'attore doveva fare!
Il gatto, allora, lo sollevò delicatamente per la coda con la bocca e, dopo essersi girato per un attimo verso il Padrone, per essere  certo che lo vedesse bene con il topino in bocca, si diresse verso il retro della stalla.
Mamma Gigia, con gli altri suoi figli, era rimasta lì dietro tutto il tempo a osservare la commedia, da lei ideata, che Ercole e Lenny avevano inscenato, per far credere a tutti che Ercole era un temibile cacciatore di topi. 
Quando li vide arrivare, tirò un sospiro di sollievo. Lenny, ancora in bocca a Ercole, aprì circospetto un occhietto solo, vide che erano al sicuro e se ne uscì in una risatina allegra. Ercole lo posò a terra davanti a Mamma Gigia.
"Ce l'abbiamo fatta, mamma!!", disse saltellando qua e la'. "Abbiamo fregato tutti!"
"Bada a come parli, mio caro Lenny", lo rimproverò la madre, ma sorrideva anche lei.
 "Grazie, mamma Gigia! Non saprò mai come ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me."  La commozione quasi bloccò le parole in gola a Ercole
"Aspetta a ringraziarmi, prima dobbiamo scoprire se il Padrone c'è cascato davvero. E' meglio che noi adesso ci nascondiamo, sento i suoi passi, sta per venire qui. Adesso, sta a te finire la commedia. Buona fortuna" gli augurò.
Incitando i suoi figli a muoversi, li guardò infilarsi in una feritoia delle assi della stalla. Poi  scomparve anch'essa.
Un attimo dopo che la sua coda con un ultimo guizzo era sparita nel buco, anche Ercole sentì arrivare  il Padrone.
Ercole si mise nella posa che aveva provato tutta la notte. Doveva  risultare il più credibile possibile!
Quando il Padrone giunse dietro alla stalla, quello che vide, o credette di vedere, fu un gatto soddisfatto, che si leccava una zampa con espressione compiaciuta,
per poi leccarsi lentamente i lunghi baffi. 

Aveva la classica espressione  del gatto che ha mangiato il topo.
Fu un'interpretazione magistrale, da premio Oscar, e il Padrone ci cascò.
"Bravo, micio, bravo, sono fiero di te! Nessuno ti manderà mai via da qui. Questa, adesso è la tua casa per sempre!", lo lodò, dandogli una grattatina dietro le orecchie. Ercole diede il tocco finale alla sua interpretazione, facendo le fusa e strusciandosi sui calzoni del Padrone.
"Finalmente nessun topaccio ruberà più il mio grano.", mormorò soddisfatto, prima di tornare sotto il portico dalla moglie, che lo attendeva curiosa.
Ercole lo guardò allontanarsi e poi si rilassò. Ce l'aveva fatta!
"Se ne è andato, potete uscire!", urlò per chiamare i topini.
Dallo stesso buco nelle assi, uscirono mamma Gigia e i suoi topini.
"Non dovrai più andartene via, vero? Resterai sempre qui e noi giocheremo insieme, non è vero Ercole?", gli chiese Lenny, saltellandogli attorno felice.
A rispondere fu mamma Gigia.
"Sì Lenny, Ercole rimarrà sempre qui, e noi ruberemo al padrone solo il grano necessario per non insospettire il Padrone e per fargli credere che Ercole  fa il suo dovere" 
Ercole prese una zampina della topina tra le sue e la guardò negli occhi.

"Le prometto che proteggerò tutti voi, per sempre. E, ogni volta che mi sarà possibile,  vi porterò qualche boccone di quel delizioso formaggio, che la Padrona tiene in dispensa."
Poi con le lacrime agli occhi aggiunse: "Grazie, grazie ancora."
Mamma Gigia era commossa, ma non voleva darlo a vedere, perciò fingendosi burbera, incitò i suoi figli ad andare a dormire.
"Su tutti a letto, è tardi! Domani potrete giocare con Ercole, ma ora a nanna!"
I topini si infilarono di nuovo nel buco delle assi, seguiti da mamma Gigia.  Ma prima di scomparire, si voltò ancora una volta, verso il gatto.
"Non avrei mai creduto possibile che un topo potesse diventare amico di un gatto, ma è successo e devo dire che non mi dispiace affatto. Dormi bene, mio caro Ercole."
E così, quella notte Ercole dormì sereno, senza preoccupazioni né brutti pensieri. E così fu, per tutte le altre notti, fino a quando un cavallo, senza talenti, si mise in testa di scappare di casa, per andare a vincere il mondiale di galoppo. 

Ma questa è un'altra storia......
Silvia, come Ercole, si è addormentata serena, perciò gliela racconterò un'altra volta. 
Buonanotte e sogni d'oro.


Testo di Barbara Glisenti

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